giovedì 13 dicembre 2012

151 ANNI DI BUONGUSTO - OVVERO IL FERMENTO DI DYNAMIC DISTRICT 10082 PER CUORGNE' (TO)

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Chiara Orso e Damiana Vona, 23 e 24 anni di Cuorgnè; Chiara studia giurisprudenza, Damiana lavora come infermiera. Oltre ad una forte amicizia le lega l’impegno nell’associazione culturale giovanile che hanno creato insieme ad altri 5 giovani di Curgnè e dintorni, Dynamic District 10082. Com’è nata questa associazione e di cosa si occupa?



A livello informale siamo nati nel 2010 per registrarci poi ufficialmente all’Agenzia delle Entrate a novembre 2011. Il gruppo nasce dall’esigenza, in un paese come Cuorgnè, di dare la possibilità ai giovani di mettere insieme le proprie idee. Una delle prime iniziative che abbiamo organizzato è stato un contest fotografico che mettesse in luce gli aspetti chiaroscuri di Cuorgnè: la bellezza di determinate zone da una parte, l’abbandono e il degrado di altre dall’altra.

Abbiamo lanciato il concorso sul web, in particolare Facebook, e le foto pervenute, dopo averle selezionate, sono state raccolte in una mostra organizzata presso il live pub La cantina di Cuorgnè, dove si è svolta la serata conclusiva del contest con la premiazione dei vincitori.

Quali foto sono arrivate? 

Noi abbiamo pubblicizzato l’iniziativa proponendo una prima foto ironica con dei cassonetti dell’immondizia all’interno dell’ex fabbrica manifatturiera di Cuorgnè. Ci sono arrivate una ventina di foto, e di queste circa la metà sono rimaste focalizzate sulla Manifattura, perché effettivamente la popolazione crede che quell’enorme spazio sia molto importante e vada valorizzato.

Per un giovane cuorgnatese è un colpo al cuore non avere uno spazio dove trovarsi con gli amici, leggere, andare sullo skate in qualsiasi stagione, e poi vedere quell’enorme spazio quasi tutto in disuso. La manifattura è una struttura enorme che ospitava la vecchia filanda cuorgnatese al tempo in cui Cuorgnè era un grande centro industriale ed una città attiva, polo di tutti gli altri comuni delle valli, culturalmente frizzante: ci dispiace perché noi giovani questo contesto non l’abbiamo mai vissuto ma ce lo hanno sempre raccontato i nostri genitori. La Cuorgnè bella da vivere non l’abbiamo mai vista. Ora non c’è movimento, non c’è niente.



Cosa c’è a Cuorgnè per i giovani? 

C’è La Cantina, e meno male che c’è e che resiste a quei cittadini “vecchi” che vorrebbero silenzio assoluto dopo le 23!

Partendo da questa iniziativa soprattutto di denuncia da parte dei giovani delle zone di degrado di Cuorgnè, l’esperienza è servita ad aprire un dialogo con le amministrazioni locali?

Purtroppo non c’è stata reazione da parte del Comune di Cuorgnè, anche se l’aspetto paradossale è che è stato il Comune stessi a spronarci a fare qualcosa: la primissima iniziativa infatti è stata la decisione di pulire un altro bellissimo ma degradato posto di Cuorgnè, il Ponte Vecchio, iniziativa molto promossa dal Comune (anche se abbiamo avuto dei problemi il giorno stesso a dimostrare le nostre buone intenzioni di ripulitura e non di danneggiamento dell’antico ponte). Ci abbiamo trovato di tutto: divani, seggiolini per bambini, scarpe di ogni sorta, scorie nocive. Tuttavia nel caso del contest fotografico non abbiamo ricevuto rimandi.

Arriviamo all’iniziativa del dicembre scorso, 150 anni di buongusto: che obiettivi aveva?

Oltre ad organizzare iniziative più di… festa, come aperitivi musicali in locali di Cuorgnè e dintorni, l’anno scorso abbiamo deciso di spenderci nell’organizzazione di qualcosa di più strutturato per festeggiare i 150 anni di unità dell’Italia, evento che abbiamo battezzato “150 anni di buon gusto”. Nonostante tutto noi ci sentiamo orgogliosi del nostro paese, soprattutto per le sue tradizioni: il nostro territorio pullula di persone che fanno della cultura del territorio la loro bandiera e noi abbiamo pensato di radunarli; si tratta di produttori locali, associazioni, realtà varie che continuano a fare grande il nostro territorio che altrimenti resterebbe una mera zona “di provincia” ormai post industriale. L’anno scorso hanno partecipato circa 1500 persone, e questo ci ha spronato a decidere di organizzarla anche per quest’anno, più forti dopo l’esperienza fatta. L’obiettivo principale era far muovere Cuorgnè, i suoi commercianti, e festeggiare l’unità di Italia dimostrando tutti i popoli e le culture di cui è composto il nostro territorio. Abbiamo quindi cercato di dare spazio al maggior numero possibile di regioni italiane, anche se il taglio non è assolutamente stato quello di una fiera: l’obiettivo era (ed è quest’anno) quello di mettere in risalto cosa il territorio può offrire a livello di produzione locale, a livello commerciale, a livello associativo, per sottolineare la nostra italianità declinata nelle varie culture. Oltre agli stand regionali abbiamo dedicato un’altra area ad un percorso di degustazione in collaborazione con un ristorante dedicato alla sperimentazione di piatti e vini di diverse regioni combinati tra di loro: magari il passito di Pantelleria va a nozze con le paste di meliga (ed effettivamente è così!), e così via. L’edizione dell’anno scorso, per la quale abbiamo ricevuto un contributo dal Comune di Cuorgnè, è terminata con una conferenza sul tema de “la buona cucina”, e si è conclusa talmente bene che abbiamo deciso di darle un seguito anche quest’anno.
 Quest’anno non abbiamo il contributo del Comune, ma l’evento potrà esserci grazie al contributo della Camera di Commercio: 151 anni di Buongusto si svolgerà sabato 15 e domenica 16 dicembre presso la Manifattura di Cuorgnè, con tratti di continuità con l’edizione passata, ma anche con degli obiettivi nuovi, quali l’educazione alimentare e le culture extraitaliane. Da una parte saranno sempre presenti produttori locali, commercianti, enti e associazioni dei quali i “prodotti” emergono per tratti di eccellenza che li contraddistinguono a livello agroalimentare e culturale, soprattutto in quest’epoca di fast food e produzione in serie, dall’altra l’evento si propone di riflettere su cosa voglia dire mangiare bene e chi (e come) possa essere educato a tal proposito.
Quest’anno ci saranno venti stand, tra cui ad esempio l’associazione Libera, il Consorzio operatori turistici delle Valli del Canavese, il Birrificio artigianale, lo stand di Petilia Policastro (Calabria), il Parco Nazionale del Gran Paradiso e la stessa Camera di Commercio con il progetto Maestri del gusto. Parallelamente, per approfondire il tema dell’educazione alimentare per i più piccini, saranno presente in entrambe la giornate la cascina didattica Naturarte di Leinì e la Croce Rossa Italiana con il progetto Idea; per i grandi ci sarà una conferenza la domenica. Inoltre abbiamo istituito a settembre un concorso presso le scuole di Cuorgnè (in particolare le quinte elementari e le terze medie): A scuola di buongusto, che vuole raccogliere e premiare i migliori manufatti che faranno i bambini sul tema della buona cucina famigliare, lasciando loro completa libertà di espressione. i premi (materiale scolastico) verranno dati non ai singoli bambini ma alle classi, in modo da stimolare il lavoro di gruppo. Siamo molto curiosi di vedere cosa hanno preparato!



Programma di 151 anni di buongusto
Manifattura di Cuorgnè, via Borgo Manifattura, Cuorgnè.
ingresso libero, chi vorrà lascerà un'offerta per l'associazione

sabato 15 dicembre
h. 18: apertura area expo, laboratori per bambini (a cura di cascina didattica Naturarte e CRI) e mostra espositiva del rifugiato politico cileno Mono Carrasco sul tema dell’infanzia.
h. 20.30: proiezione del cortometraggio “La stagione dei gusci di noce” realizzato da un gruppo teatrale di Cuorgnè.
h. 22: spettacolo di danze occitane (associazione La Rondanza di Ivrea)

Domenica 16 dicembre
h. 14: apertura area expo, laboratori per bambini (a cura di cascina didattica Naturarte e CRI) e mostra espositiva del rifugiato politico cileno Mono Carrasco sul tema dell’infanzia.
h. 15: premiazione classi vincitrici di A scuola di buongusto.
h. 16: tavola rotonda “Aldulti, ragazzi e cibo: a mangiare bene si comincia da piccoli”, curata da Dario Noascone.
h. 20: cena multietnica “Buongusto nel mondo” (associazione Con Altri Occhi di Valperga)
h. 22: spettacolo di danze afro (associazione Mayè)

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giovedì 29 novembre 2012

IMPARA L'ARTE E...

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Federica Nalin, 26 anni nata e cresciuta a Lanzo, ora residente a San Carlo. Dal Primo Liceo Artistico di Torino, all’architettura, alle collettive di pittori in giro per l’Italia e l’Europa.




Qual è la tua professione attualmente? Artista?
Vorrei tanto, ma non posso permettermelo! Sono laureata in architettura e lavoro per uno studio a Torino, filiale di una multinazionale svizzera: ci occupiamo di strutture temporanee, come ad esempio il cantiere della Bella Italia a Venaria Reale, che ho seguito io in quanto assistente project manager e graphic designer. Il mio lavoro mi piace, e soprattutto mi permette di comprare le tele e i colori per dipingere nel resto del mio tempo, e partecipare alle mostre collettive.

Com’è nata la tua passione per l’arte?
Ho sempre amato disegnare e dipingere. Ho lottato, dopo la scuola media, per poter frequentare il Liceo artistico a Torino: i miei genitori erano spiazzati, soprattutto all’idea che la loro “bambina” lasciasse i monti per andare a scuola in città… forse pensavano che avrei scelto una delle scuole superiori del territorio. Terminato il Liceo, che è stata un’esperienza bellissima, avrei voluto iscrivermi all’università a scenografia, ma i miei stessi professori mi hanno consigliato architettura. Ho comunque sempre continuato a dipingere; fino a 2 o 3 anni fa mi occupavo di opere su commissione: aerografie, trompe l’oeil, dipinti, quadri accademici per la scuola, ma non opere mie che tirassero fuori il mio estro. La prima volta in questo senso è stata nel 2009, quando ho deciso di partecipare a Paratissima con due miei compagni d’arte: primo quadro, prima vendita… Poi non ho più venduto nulla!

Posso sapere a quanto l’ha venduto?
1200 euro. Io ero totalmente inesperta in questo, anche perché non era mia intenzione andare a Paratissima per vendere. In quell’occasione ho chiesto consiglio a mia zia, che è una stilista ed artista di Milano (la mia impronta artistica è certamente venuta da lei!) e aveva visto come si erano organizzati con un costo al metro quadro degli artisti emergenti in una mostra a Sanremo, e così ho fatto io. Tra me e me mi sono detta che non potevo vendere quel quadro a meno di mille euro: ci avevo vissuto 3 giorni, durante Paratissima, raccontandone la storia e la creazione a chiunque me la chiedesse. Quando questo signore, un astrologo che sembrava Mago Merlino, mi ha detto di essere interessato al quadro, gli ho fatto la mia proposta, e alla fine ci siamo accordati.

Cosa raffigurava il quadro?
Era una composizione insieme geometrica e figurativa che riprendeva la Venere di Milo, reinterpretata però in chiave di vari concetti: la Vita, la Morte, l’Effimero…
Quando gliel’ho venduta ero molto contenta, ma dopo una settimana ho passato tutti i giorni a piangere: alla fin fine ho patito a staccarmi dalla mia creazione!



Questo secondo te può spingere degli artisti a creare dei quadri ai quali affezionarsi di meno, proprio nell’ottica di venderli?
Innanzitutto io non faccio quadri per venderli; ma anche se lo facessi penso che comunque mi ci affezionerei lo stesso: è una parte di te che si stacca, quindi non è facile. Vendere ovviamente ti permette di portare avanti l’attività, di comprare il materiale e farne altri; inoltre sai che il tuo quadro “vive” a casa di qualcun altro, e sarà ammirato e conosciuto da altre persone.

Forse un po’ come un figlio devi saperlo lasciare andare… Se ne avessi la possibilità vorresti che diventasse il tuo lavoro?
Quando mi ritrovo a pensarci provo sentimenti ambivalenti: da una parte mi piacerebbe che lo diventasse, dall’altra ho paura che possa diventare stressante e quindi di non avere più lo stimolo e le idee necessari. Forse se potessi scegliere un lavoro a livello artistico non penserei proprio ai quadri, quanto alle scenografie ed eventualmente all’areografia, che ho già fatto nella carrozzeria di mio padre e mio zio. Diciamo che un lavoro esclusivamente d’ufficio e al computer non mi piace molto, anche se è vero che ho introdotto l’uso di determinati programmi al PC per le mie opere (cosa che in passato non avrei mai immaginato che sarei arrivata a fare!).

Le tue aerografie in cosa consistono?
La prima areografia ho per fatto è stata per una Fiat 500, di proprietà un amico di mio padre patito dei raduni: si tratta di un Paperino “schiacciato” su un plexiglass che ti guarda dal lunotto posteriore. Poi ho aerografato qualsiasi superficie: caschi, carrozzerie e molto altro, su cui mi firmo “Fedart” (mentre sui quadri mi firmo per intero, Federica Nalin). Il soggetto lo scelgono i proprietari, a meno che non mi lascino carta bianca: ad esempio un ragazzo di Bardonecchia che ha aperto un locale ci ha portato la sua Dodge americana perché ci facessimo sopra delle fiamme: la macchina è arrivata a mio padre già tagliata a metà, con Andy Warhol e Marylin Monroe disegnati sul parabrezza. Siccome il committente voleva solo il muso della macchina per il suo locale, mio padre l’ha ulteriormente tagliata e intelaiata internamente perché la carrozzeria non rimanesse molle; poi l’abbiamo verniciata di nero (perché era giallo limone!) e disegnato le fiamme. In carrozzeria ho tutto quello che mi serve per fare delle areografie professionali, dai prodotti (prima solventi e adesso ad acqua fortunatamente, anche se esteticamente la resa ne risente un po’), ai materiali per carteggiare e stuccare, al forno…



Forno??
Si, certo: qualsiasi superficie areografata va cotta, anche le macchine.

Mettete le macchine in forno??
Si! Anzi, si lavora dentro al forno già mentre si areografa, perché il forno aspira le polverine che altrimenti si poserebbero sul disegno che stai andando a fare. La stessa aspirazione serve mentre copro il disegno finito con un prodotto trasparente che lo lucida.

In quali altri campi artistici spazi?
Ho fatto disegni per dei tatuaggi, la copertina di un libro (“Cerchi”, di Andrea Borla), murales, grafiche per tavole da snowboard…



Prima parlavi di collettive: cosa sono e come sono organizzate?
Tramite il mio lavoro a Venaria Reale per “La Bella Italia” ho conosciuto degli scenografi, una dei quali, Daniela Accorsi, è diventata una delle mie attuali curatrici. E’ stata lei a spronarmi a esporre: la mia prima esposizione è stata presso la galleria “Paola Meliga” a Torino. Trovare uno o più curatori per arrivare ad esporre le proprie opere alla fin fine avviene sempre tramite le “public relations” alle collettive: spesso si conoscono persone, dagli altri artisti, con cui ci si confronta, ai curatori, ai quali si fa vedere il proprio book o il proprio sito o blog, come faccio io. Proprio in questa maniera ho conosciuto un’altra curatrice di Milano, Barbara Vincenzi, che si è interessata ai miei quadri; tramite lei ho incontrato Daniel Buso, un critico di Treviso tramite il quale ho partecipato sia l’anno scorso che quest’anno ad una rassegna contemporanea, e via dicendo. Le collettive sono mostre che durano dalle due alle quattro settimane, composte di opere di più artisti; rispetto alle mostre personali (che ti portano via quasi uno stipendio!) costano molto di meno: si paga l’affitto dei locali, il vernissage (ovvero l’organizzazione dell’evento da parte del curatore: l’inaugurazione, i volantini, la pubblicità, il catalogo…). Gli artisti alle collettive portano solitamente uno o due quadri a seconda delle dimensioni. Indicativamente per partecipare ad una collettiva si spendono 100, 200 euro, più le spese per il corriere (sperando che non ti rompa nulla e purtroppo a me è già successo!) se la mostra è lontana (io ad esempio sono stata a Venezia, Roma, Bologna, Milano…). Una delle più importanti a cui ho partecipato è stata la 54° Esposizione Internazionale d’arte della Biennale di Venezia” allestita nella Sala Nervi del Padiglione Italia a Torino a cura di Vittorio Sgarbi. Per il resto alcune mie opere sono esposte in modo permanente (insieme a quelle di tre o quattro altri artisti tra cui lo scultore di Corio Maxo della Rocca) nello spazio della mia curatrice a Torino, lo Spazio Accorsi: ogni mese circa posso scegliere se cambiarle con altre mie opere per farle ruotare un po’, e pago una sorta di “affitto” del mio spazio; l’obiettivo di Daniela Accorsi è quello di cominciare a vendere le nostre opere. Alcuni dei miei quadri sono lì, altro qui in garage e altri ancora appesi a casa mia: spesso però rimangono le pareti vuote col classico segno bianco perché li spedisco a qualche collettiva! Un altro canale per farsi conoscere sono i concorsi d’arte: ad esempio il concorso di Cairo editore, che ho scoperto sulla rivista “Arte”, o un concorso della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo…



Quanti quadri hai all’attivo? E qual è il tuo stile?
Più o meno una ventina: sembrano pochi, ma io li faccio molto grossi. Ad esempio ho un trittico, ovvero tre pannelli, di 160x70 cm ciascuno… il più grande che ho fatto in altezza arrivava a 2 metri. Tra l’altro non ho modelle su cui lavorare né tantomeno un atelier (bensì il garage dove giocavo con mio fratello da piccola!), per cui di solito per le figure umane fotografo me stessa e poi parto col quadro. Io gioco molto con le composizioni, sicuramente grazie all’impostazione di architettura, ma senza scivolare nell’astratto, almeno per ora; io amo il figurativo, per cui è sempre presente la figura umana, perché per me è il bello del quadro. Inoltre gioco molto con le cornici, che spesso vanno anche oltre al quadro, e mi è capitato di fare delle figure al computer (con Photoshop, ad esempio), di farle stampare sulla tela e poi di lavorarci sopra a mano.
Hai altre passioni?
Adoro cantare e soprattutto fare le seconde voci: il primo gruppo rock blues in cui cantavo erano gli ZTL plas, ora sono corista nel gruppo SUPERGIOVANI, una cover band di Elio e le Storie Tese, anche se il mio cuore è rimasto rock-blues!

A cosa stai lavorando adesso?
Ho diverse tele vuote che mi attendono! Come ho già anticipato sto lavorando a quadri di dimensioni più piccole,  per questioni di spazio e di soldi. Finora sono stata molto incentrata sulle donne calve: senza capelli, non perché malate ma per far risaltare il più possibile il loro volto e i loro lineamenti, che io trovo essere la vera bellezza; una cosa che non ho mai provato, seppur in alcuni miei trittici le figure femminili abbiano dei tratti cupi, mascolini, è di affiancare alle mie figure femminili una maschile. Questo è il mio obiettivo per il futuro.



Contatti:

 blog www.fedart.blogspot.it.

giovedì 15 novembre 2012

HYAENA DESIGN E L'ARTE DELLA MODA CON GLI SCARTI INDUSTRIALI


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Hyaena Design, ovvero Sarha Nervo, 27 anni di Gassino, e Simone Milan, 26 anni di Robassomero.




Avete un’attività particolare: potete raccontarci di cosa si tratta e come è iniziata?

(Sarha) E’ cominciata con me, verso la fine del liceo: ho cominciato per passione a fare piccoli oggetti (borsette, accessori di moda) per me e le mie amiche. Poi quando hanno incominciato a arrivare sempre più richieste è maturata in me la voglia di farne una professione. Una mia cara amica, Ester, mi ha molto aiutata ad avviare quest’attività: insieme abbiamo cominciato ad andare al balôn (mercato delle pulci e dell’usato di Porta Palazzo, Torino n.d.r.) alla ricerca di materiale, tra cui pneumatici, da cui ricavo tuttora borse e bigiotteria. In un secondo momento le mie creazioni sono piaciute ad alcuni negozi di Piazza Vittorio, che hanno incominciato a vendere i miei prodotti; inoltre ho avuto la fortuna di viaggiare, soprattutto a New York per lavorare in un negozio, vendendo i miei prodotti anche all’estero. Tornata da New York, perché purtroppo il negozio ha chiuso, ho conosciuto Simone: inizialmente lui era scettico riguardo al mio lavoro, ma poi pian piano si è “preso bene”, e adesso mi porta materiale su materiale, non riesce a buttare via niente!



Cosa create e con quali materiali?

(Sarha) Inizialmente creavo solo vestiti e borse. Ora abbiamo allargato anche agli accessori in generale: bracciali, collane, sciarpe, bigiotteria. Più che gioielli, il cui termine prevede la manipolazione di metalli, creiamo monili. Mi sono avvicinata al materiale di recupero fondamentalmente perché all’inizio non potevo permettermi altro, poi proprio l’uso di questi materiali, tra cui anche scarti industriali, è diventata la mia vera e propria passione e tra l’altro ha fatto sì che mi iscrivessi in passato al Politecnico alla laurea triennale in Eco-design; un anno e mezzo fa ho deciso di fare la specialistica, della quale sto preparando proprio in questo periodo la tesi: tema è il futuro dell’artigianato. L’idea è legare l’artigianato alla tecnologia, sconfermando l’idea comune dell’artigiano come di una persona che sta nella sua botteguccia con chiodini e martello, in un mito che oscilla tra Geppetto e Giuseppe di Nazareth, ma dimostrare che è un professionista che può restare competitivo a livello di qualità e di quantità. Simone si occupa anche di allestimenti di fiere per una ditta: ogni volta torna a casa con materiali di recupero sempre nuovi che stimolano nuove idee. Ovviamente dobbiamo anche contare su materiali che non sono usati, a volte ce li facciamo anche preparare su misura, ma servono a compensare il prodotto finale che ha pur sempre una base di recupero. Il vestiario di per sé non è materiale di recupero, nel senso che le stoffe le compriamo, anche se spesso ci vengono regalate, ad esempio da una ditta che fa copriletto a Chieri, o da parenti e amici che, sapendo che siamo sempre alla ricerca di materiale, ci portano o ci fanno avere materiali di scarto di varie attività. In questo modo non vanno buttati e possono anzi essere ancora utili.



Prima parlavate di gomme, pneumatici… volete spiegarci come li riutilizzate?

(Simone) Partiamo dalle camere d’aria: semplicemente si va dal gommista a chiederne. Fino a un anno, un anno e mezzo fa i gommisti se ne sbarazzavano volentieri, perché in questo modo evitavano di pagare la tassa di smaltimento. Ora le cose sono cambiate perché, fortunatamente per l’ambiente, è nato un nuovo materiale per pneumatici che viene riutilizzato come una sorta di spugnato asfalto drenante (ad esempio quello utilizzato in parte della nuova strada statale che collega Borgaro e Venaria).  questo perché i materiali plastici dei pneumatici può essere di due tipi: termoplastico o termoindurente. Il primo si può fondere infinite volte senza perdere quasi per nulla la sua elasticità, mentre il secondo compone tutti i vecchi tipi di gomme o di materiali plastici ed è stato indurito tramite il calore, senza possibilità di farne altro (certo non fonderli di nuovo), se non spezzettarli. L’arte di creare oggetti con le camere d’aria è nata verso gli anni ’70 in Africa: e non si tratta solo di borse, ma di scarpe, ciabatte, infradito, elastici… Oltre all’introduzione dei materiali termoplastici al posto di quelli termoindurenti si aggiunge anche una sorta di attività, praticata soprattutto da extracomunitari che han bisogno di sbarcare il lunario, di compravendita di pneumatici e camere d’aria “vecchio stile”: tali gomme vengono poi triturate per comporre la pavimentazione gommosa dei parchi giochi. In questo caso ovviamente il gommista non ci pensa due volte a venderlo a loro piuttosto che regalarlo a noi, dato che ci guadagna due volte… Finora noi ci eravamo dedicati a quest’ultimo tipo di materiale per borse e zaini, ma è chiaro, fortunatamente, che andrà esaurendosi per lasciare il posto al più ecologico materiale termoplastico. Vedremo perciò di cercare altri materiali. Torniamo però alla lavorazione delle camere d’aria e degli pneumatici: dopo averle prese dai gommista le tagliamo in pezzi più piccoli e le laviamo infinite volte, rispettando la regola dei tre lavaggi. Il primo è quello con il sapone, per togliere la sporcizia; il secondo lavaggio è con un disinfettante ed un solvente, per rimuovere la parte di grasso presente; il terzo lavaggio è per togliere eventuali altri residui. Infine la gomma viene incerata perché rimanga bella lucida. Proprio stamattina abbiamo lavato 36 camere, tra camion e trattori…
Dopo aver incerato la gomma la si taglia ancora e si rifilano i bordi con il cutter, dopo di che si decide la forma che si vuole dare alla borsa: uno zaino, una borsa a tracolla e via dicendo… A quel punto si fanno gli ultimi tagli, decidendo dove andrà la patta, dove sarà posizionata la fibbia (disegnando tutto direttamente sulla gomma) e via dicendo. Infine si dovrà foderare la parte interna.
Oltre alle camere d’aria usiamo anche il linoleum per fare pochettes, collane, bigiotteria in generale.



Avete un laboratorio per tutte queste lavorazioni? Serve un grosso spazio?

(Sarha) Non abbiamo un grosso laboratorio dove lavorare, ma tanti piccoli spazi: ad esempio a Gassino dai miei c’è il mio vecchio laboratorio dove è presente un lavabo molto grosso ed utile per queste operazioni, per cui stamattina per il lavaggio siamo venuti qui.

Simone, il tuo percorso formativo e lavorativo invece qual è?

Il mio primo lavoro è stato al Robin Hood (storico live pub di Robassomero), per tre o quattro anni. Poi ho lavorato come panettiere/pasticcere, ma non sono mai stato pagato perché il titolare è scappato… Poi sono stato in Spagna per circa un anno, quando sono tornato ho fatto prima il postino, poi il tecnico luci ed infine ho conosciuto Sarha. Ora appunto lavoro in parte per allestimenti di fiere, e per il resto con Sarha; ogni volta che vado in giro per l’Europa per lavoro torno a casa con qualche “regalo” per il laboratorio.

Come si svolgono le vostre vendite?

(Sarha) Continuiamo a partecipare a mercatini, fiere e concerti con il nostro banchetto; in più continuano ad esserci diversi negozi di Torino interessati a vendere i nostri prodotti, come ad esempio il negozio di design “Collezione privata” in via San Secondo. Di recente al Cortile del Maglio è stato aperto un nuovo spazio che si chiama Laboratorio, un grosso negozio sotto al quale lavora un artigiano al quale aderiamo come Hyaena Design  e a cui vendiamo parte dei nostri oggetti: la grossa novità è che tra una decina di giorni dovremmo inaugurare il nostro negozio-laboratorio,  in via Galliani, zona San Salvario, il quale si chiamerà Hyaena Design, per l’appunto, dove venderemo quegli oggetti che non vogliamo siano venduti tramite altri negozi o tramite internet.



Come siete presenti sul web?

Abbiamo un sito, www.yenadesign.it, la pagina face book Hyaena Design e a breve anche un account su twitter, il tutto gentilmente gestito da una cara amica: noi infatti non siamo molto…social! Internet però resta comodo perché abbiamo molti contatti fuori Torino, lontani, e si utilizza il web per aggiornarsi. Inoltre molti nostri regali vanno all'estero.

Un’attività come la vostra richiede un grande investimento iniziale o no?

Inizialmente non c’è stato un grosso investimento, perché facevo pochi oggetti. Poi quando la produzione ha cominciato a crescere è altrettanto cresciuto in me il panico all’idea di dover comprare stoffe e altri materiali per star dietro alle richieste, e per questo, come ho già raccontato, mi sono inizialmente rivolta ai materiali di scarto: per risparmiare.
Di per sé l’investimento non è più di tanto grosso neanche ora, perché intanto la nostra produzione si è allargata: le spese del negozio sono certamente una preoccupazione, ma teoricamente col negozio il mercato dovrebbe a sua volta allargarsi, per cui speriamo di starci dentro. Proprio per ampliarci vorremmo anche comprare dei macchinari come il taglio laser e la stampante laser per i tessuti, stiamo aspettando il responso positivo per i finanziamenti da parte della Regione. Però fino ad adesso siamo andati avanti di passettino in passettino.

Quali sono i pregi e i difetti di lavorare in proprio?

(Sarha) I pregi: la libertà, il non dover rendere conto a nessuno di quello che crei – se non tra di noi quando guardiamo le nostre rispettive creazioni e le cassiamo! Simone ad esempio predilige i colori vivaci, mentre io punto sempre sul nero e grigio.
(Simone) Difetti? Se lavori in proprio e hai il laboratorio in casa non smetti mai di lavorare. Inoltre un artigiano che lavora in proprio non stacca come i dipendenti: meno lavori, meno guadagni, più ti senti in colpa. Questo atteggiamento dipende molto dal carattere di una persona: noi se stiamo fermi, soprattutto Sarha, ci sentiamo a disagio. Per questo la sera mentre guardiamo la tv facciamo collanine, o passiamo la domenica mattina a lavare pneumatici e camere d’aria. (Sarha) Quando andavo alle lezioni universitarie mi svegliavo alle sei per cucire borse, e quando tornavo dalle lezioni riprendevo a cucire borse fino a sera. Forse con l’apertura del negozio il pregio di avere gli orari che si vogliono non ci sarà più, ma la libertà artistica resterà.

A coloro che vogliono approcciarsi al mondo del lavoro mettendosi in proprio che cosa consigliate?

(Sarha) Di mandare il curriculum e cercarsi un posto da dipendente in un’azienda che ti assuma a tempo indeterminato, soprattutto se sei una donna!

Quindi ti stai pentendo del tuo percorso?

(Sarha) No, io sono contenta. Ho anche lavorato da dipendente per due anni in uno studio di architettura, mi sono trovata bene ma ho un carattere difficile: faccio fatica ad abbassare la testa e dire “si, va bene”, soprattutto quando si tratta di creatività e quando penso che l’alternativa che si da a ciò che avevo pensato io faccia schifo. Anche se prova a impormela il mio capo.
(Simone) Vale la pena mettersi in proprio? Dipende tutto dal lavoro che si vuole fare: se ad esempio qualcuno volesse aprirsi una falegnameria sarei il primo a dirgli di lasciar perdere, perché con tutti i supermercati del mobile come Ikea un falegname, anche se lavora bene e fa mobili di qualità, non può competere a livello di prezzi; a meno che non si riesca a fare un giro di clienti di nicchia, ma è molto difficile.
(Sarha) Mettersi in proprio in questo periodo di crisi, soprattutto se vendi prodotti, che siano alimentari, di vestiario, mobili, accessori etc., è molto difficile in questo periodo: la gente non ha voglia di spendere, foss’anche nell’agroalimentare biologico, ma ha voglia di risparmiare anche a discapito della qualità, in questo momento. (Simone) In più la pressione fiscale per gli artigiani è arrivata in molti casi anche al 70%: con quel 30% che ti rimane devi mangiare e pagare l’affitto, o il mutuo. Come si fa?
(Sarha) Io posso consigliare di gettare semmai le radici in attesa di tempi migliori, e di farlo negli ambiti del bio e dell’ecocompatibilità, soprattutto per quanto riguarda la ricerca, e non tanto nella produzione di oggetti. Puntare alla ricerca, senza dubbio: una piccola ditta che abbia tanta ricerca alle spalle, come ad esempio quel Consorzio che ha trovato il modo di creare asfalto stradale riutilizzando i pneumatici usati. Progetti che lavorano con gli scarti e coi rifiuti hanno modo di andare avanti, anche in questo periodo di crisi. Per il resto consiglio di buttarsi sui servizi, più che non sulla produzione: servizi legati alla persona (escludendo quelli che il web sta sempre più sostituendo, come ad esempio i servizi turistici) come ad esempio la fisioterapia, perché sono prestazioni che continueranno ad essere richieste.
(Simone) Io ad esempio lavoro anche da dipendente nel campo degli allestimenti delle fiere: i soldi ormai ci sono per le attrezzature degli allestimenti, ma non per pagare le persone che le montino, o comunque sono sempre in ritardo. Quindi, rispetto al mettersi in proprio, io in questo periodo non rischierei! Poi, per carità, se uno vuole provarci che lo faccia, è anche giusto buttarsi, ma certo l’Italia non è un paese che stia aiutando le imprese in questo momento. Il nostro consiglio è quindi quello di studiare, puntare sulla ricerca, non fare colpi di testa, chiedere consiglio a chi ha più esperienza (genitori, amici, persone che già lavorano nell’ambiente…) ed informarsi su tutto ciò che devono fare e li può aiutare: la Regione Piemonte ad esempio ha dei servizi molto utili, come lo sportello Mettersi In Proprio, il MIP.

Lavorare insieme ed essere una coppia è possibile?

(Simone) Fa tutto il carattere delle persone: lei ha una pazienza infinita e io anche, per cui possiamo discutere sul risultato finale di un prodotto, però finisce lì (anche se lei deve sempre avere l’ultima parola!). Scherzi a parte, è divertente e stimolante, perché, facendo molti lavori in serie (come ad esempio gli anelli con i tastini della tastiera del computer), da soli ci si annoia, mentre in due si chiacchera. Sotto Natale poi si produce di più in serie, ad esempio lo scorso anno abbiamo pulito un centinaio di camere d’aria, non trentasei come stamattina, proprio per portarci avanti il lavoro. La prima volta che crei un prodotto nuovo, come un borsa, sei emozionatissimo: quando però è l’ennesimo che cuci, hai perso la creatività e si tratta solo di fare in serie un’idea che è stata geniale ma che non ti da più emozioni.
(Sarha) Lavorare insieme è divertente, ma non solo: da una parte è anche stimolante a livello creativo, perché ci si da idee a vicenda, dall’altra a livello organizzativo ci si divide di più i compiti, come ad esempio parlare coi fornitori (cosa che io non amo fare mentre a Simone va più a genio farlo), od occuparsi della parte progettuale, che va più a genio a me. Insomma in due ognuno fa al meglio ciò che è capace di fare, mentre da solo devi improvvisarti a fare tutto, rischiando di scoppiare.




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LIZASUN E LA MODA HAND-MADE

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Elisa Talentino, in arte Lizasun, ha 32 anni ed è originaria di Castellamonte. Da una laurea in architettura è approdata al mondo della moda hand-made, e  ci racconta come ha fatto. 

 Studiavo architettura a Torino, e nel tempo libero, come succede a tante ragazze, mi divertivo a creare piccoli oggetti di bigiotteria e vari accessori di moda. Dopo la laurea sono andata a Roma per seguire uno stage; per un po’ ho lavorato nel campo dell’architettura, continuando per passione a creare accessori di abbigliamento a mano. Ad un certo punto però mi sono stufata dell’architettura e mi sono lanciata nel cercare di fare del mio hobby una professione. A Roma ho poi incontrato quello che ora è il mio attuale marito, per cui la Capitale mi ha… rapita!

Che prodotti confezioni ora e quali materiali utilizzi?

Accessori di moda: borsette, pochettine, portafogli, cerchietti, bigiotteria... ultimamente mi sono interessata anche alla sartoria e quindi all’abbigliamento, vestiti e maglie in particolare. Quando ho iniziato lavoravo solo con materiali riciclati che trovavo in giro: bottoni della nonna, scarti di pelle, pezzi di tessuto… Ad un certo punto per fare delle produzioni più grandi ho avuto bisogno di acquistare del materiale, ma rimane interessante e soprattutto doveroso riciclare ciò che si può, per cui ci faccio sempre attenzione: il materiale riciclato resta una componente permanente delle mie collezioni.



Come hai cominciato a vendere? 

All’inizio tramite parenti e amicizie: mamme, zie, cugine e amiche, anche perché mi serviva per capire se i miei prodotti potevano piacere. Poi sono entrata nel circuito dei mercati e dei mercatini: qui a Roma hanno molti mercati vintage e di artigianato, quindi di creazioni “hand-made”; in un terzo momento ho attivato il contatto con l’esterno, quindi con i negozi (grazie ai contatti presi ai mercati e mercatini), che hanno cominciato a vendere i miei prodotti, e tramite la vendita via web.

Utilizzi il web anche per promuoverti?

Assolutamente si: tutti i circuiti social network possibili col nome Lizasun; e poi ho il mio sito internet che è sempre aggiornato: www.lizasun.com.

Come hai fatto a passare dall’architettura all’attività che hai oggi?

Non sono poi così lontane, sai? Quello che mi ha insegnato l’università è stato il progettare: nella mia attività faccio lo stesso processo, perché disegno, cerco il materiale e realizzo. In architettura il procedimento è simile: fai un disegno e ad un certo punto dovrai avere a che fare con dei materiali per poter realizzare una ristrutturazione, o un’abitazione da capo e via dicendo. quindi la metodologia è la stessa, si potrebbe chiamare “architettura del design”.

Quali sono gli aspetti positivi e quelli negativi del lavorare in proprio?

Positiva è la tua gestione del tempo e il poter decidere autonomamente cosa creare e come, ovvero l’imprinting che vuoi dare al tuo lavoro. L’aspetto negativo è che devi lavorare molto, devi darti dei tempi precisi, delle regole serrate, farti un piano serio di lavoro; stando a casa e non dovendo rendere conto a nessuno questo è più difficile, mentre bisogna fare sempre attenzione a non perdere di vista i propri obiettivi e come ci si vuole arrivare. Queste attività di artigianato, di hand-made agli occhi di molti sembrano sempre un po’ solo hobbistica: in realtà quando diventano un lavoro lo devono essere per davvero, e bisogna dimostrarlo.


Per avviare questa attività hai dovuto investire molto in denaro? ovvero, tutti possono farlo o è un privilegio per pochi?

Io ho fatto un piccolo investimento, anche perché tuttora ho un piccolo pubblico. Ho iniziato con poco: una macchina da cucire e del materiale riciclato. chi invece volesse partire con un progetto più ambizioso, più in grande, certamente dovrebbe investire più denaro: il non avere un grosso capitale iniziale è certamente un aspetto negativo per chi vuole mettersi in proprio con un progetto ambizioso. Se si mantiene invece come seconda attività, almeno inizialmente, non c’è bisogno di un grosso capitale e ci si può prendere il tempo per capire se è un’idea che può avere successo.
Con i canali di informazione di cui disponiamo oggi, soprattutto il web, è necessario avere un negozio?
Secondo me all’inizio non è necessario. E’ importante fare una buona comunicazione all’esterno, quindi con i social network e un sito fatto bene. Poi sta all’abilità di ciascuno decidere o meno di ingrandirsi, magari aprendo un negozio, ma l’importante comunque è arrivare ad avere un target preciso, dei clienti… di questi tempi aprire un negozio va molto ben ponderato, e fortunatamente si possono scegliere alternative valide al negozio classico, proprio grazie a internet.

I mercatini ai quali partecipi sono a Roma e zone limitrofe o anche più lontano? Quali sono i prossimi a cui parteciperai?

Restare vicini a dove si abita e si crea è più comodo, e tra l’altro Roma ospita molti mercatini vintage. Spostarsi significa organizzarsi e soprattutto spendere dei soldi per tali spostamenti, quindi si può fare ma bisogna valutare bene di volta in volta se ne vale la pena: io partecipo anche a fiere e mercati fuori Roma, anche perché è utile per farmi nuovi contatti. Ho appena partecipato a Paratissima a Torino, mentre sotto Natale sarò al mercato omonimo a Roma.

Come definiresti il tuo stile?

Innanzitutto le mie creazioni sono tutte uniche, una diversa dall’altra, e questo già piace molto a chi poi deve indossarle; l’altra particolarità è che è tutto realizzato a mano. Diciamo che il mio stile si ispira agli anni ‘40/’50, anche se cerco di andare anche in altre direzioni; però il vintage mi piace sempre, per cui spesso prendo stoffe che siano sempre un po’ retrò, che poi rivisito di modo che piacciano alle clienti di oggi. Certo non potrei permettermi di rifare i cappelli degli anni ’40, così ingombranti!
Che consigli daresti a chi volesse mettersi in proprio?
Di non arrendersi alle prime difficoltà: ci si deve lanciare, avere fiducia, trovare il target giusto a cui rivolgersi, avere buona dimestichezza coi mezzi di comunicazione contemporanei come i social network, avere buon gusto nel fare un bel sito, fare una buona promozione all’esterno, essere sempre sorridenti e andare avanti: insomma, avere molta energia, tempo, dedizione, passione. Bisogna resistere e stringere i denti, se si crede in qualcosa.

Chi volesse conoscerti di persona e vedere le tue creazioni dove può farlo?

Sono appena stata a Paratissima a Torino, che quest’anno non è più stato per le strade di San Salvario: a ben vedere ha raggiunto il suo scopo, ovvero riqualificare un quartiere di Torino che non si conosceva; inoltre inizialmente aveva molti posti dove far esibire i propri artisti; col passare degli anni e proprio grazie alla riqualificazione, lo spazio espositivo si è invece di molto ridotto perché sono stati affittati molti spazi e sono nati diversi nuovi locali. Quest’anno Paratissima si è tenuta all’Expo C’est Moi: è una bella location, perché si tratta degli ex mercati generali (ed ex villaggio olimpico) di Torino, uno spazio immenso nella zona del Lingotto, tra l’altro quasi del tutto inutilizzato. L’idea degli organizzatori è certamente anche quella di sensibilizzare la popolazione sull’utilità che potrebbero ancora avere questi ex mercati per la città di Torino.

Contatti: 


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sabato 10 novembre 2012

UN CIRCO SENZA ANIMALI E' POSSIBILE E NECESSARIO





- Dal sito della LAV (Lega Anti Vivisezione) -

Non siamo contrari ai circhi in generale. Anzi.
Ci sono circhi che vogliamo difendere e promuovere.
Ci sono circhi che sono arte.
Sono i circhi contemporanei.
I circhi contemporanei offrono spettacoli impressionanti e meravigliosi. Sono caratterizzati dalle esibizioni di veri artisti che sfidano i loro limiti psico-fisici e mostrano al pubblico le loro abilità, frutto di duro e volontario allenamento.
E' uno spettacolo educativo.

Siamo invece contrari agli anacronistici circhi con animali.
A differenza degli artisti, gli animali non scelgono di esibirsi, non scelgono di allenarsi, non scelgono di sfidare i loro limiti naturali, né di vivere in gabbia.
Gli animali nei circhi sono sottomessi al volere dell’uomo.
La loro volontà viene spezzata e gli animali sono così ridotti a burattini nelle mani dei domatori.
Al circo gli animali sono costretti e non possono ribellarsi.
Non è uno spettacolo educativo.

 Per gli animali il circo è una sofferenza.
Nei circhi italiani ci sono circa 2000 animali.
La loro vita comincia sempre da una gabbia. Le tigri, i leoni e gli altri sono frequentemente figli di genitori prigionieri, nati anche loro in cattività. Ci sono anche individui importati, più o meno illegalmente. Tutti trascorrono la loro esistenza in spazi angusti delimitati da sbarre, in stretti recinti o legati a cortissime catene.
Un circo di medie dimensioni può arrivare a occupare un’area compresa tra i 3000 e i 5000 metri quadrati (roulotte, tendone e camion compresi), e ospitare fino a 120-150 animali.
In una superficie tanto esigua, è inevitabile che un grande felino viva in un contenitore metallico di tre metri quadrati, che l’elefante sia ancorato a due cortissime catene invece che avere la possibilità di muoversi nei quindici metri quadrati previsti dai  parametri per il corretto mantenimento di molti degli animali.
Le condizioni igieniche e di soggiorno risultano spesso inadatte a soddisfare anche le esigenze di spazio e comodità richieste per una situazione di minimo benessere e di rispondenza alle caratteristiche etologiche della specie.
Un esempio? Le tigri. In natura sono felini solitari che comunicano con tracce odorose, lasciate in punti opportuni del loro territorio che può raggiungere le centinaia di chilometri quadrati. Mangiano quando sono affamate e sono in grado di stare giorni senza alimentarsi. Recluse nelle strutture circensi sono invece costrette in pochissimi metri quadrati di superficie, a volte in gruppi di 10 – 15 e vengono nutrite sempre allo stesso orario.
La prigionia genera negli animali movimenti stereotipati e ripetitivi, sintomo di situazione di grande stress.
Tutto ciò è confermato dall'Università di Bristol.
I  controlli sulla realizzazione di ambienti o spazi detentivi rispondenti alle norme non sembrano avvenire con frequenza e capillarità tali da influenzare le abitudini dei gestori di circhi, che continuano a privilegiare in assoluto il risparmio di spazio e la trasportabilità degli animali.

Gli zoo dei circhi
La quasi totalità dei circhi, non accontentandosi di lucrare sugli animali facendoli esibire sotto il tendone, ricava denaro anche dalla loro esposizione all’interno del plateatico (piazzale) su cui è disposto il circo, facendo pagare il pubblico per vedere l’improvvisato zoo.
Gli animali perciò - anche quando non sono costretti a lavorare - non hanno mai diritto ad una sistemazione adeguata,  in quanto viene privilegiata la loro pubblica esposizione. Ciò avviene nella totale inosservanza di uno dei più importanti principi del benessere animale.
I Criteri di detenzione degli animali nei circhi e negli spettacoli viaggianti, al  n° 11,  prevedono infatti che “gli animali debbano essere mantenuti in strutture, sia fisse che mobili, che permettano agli stessi di potersi liberamente sottrarre alla vista del pubblico. Inoltre, gli animali devono avere a disposizione sia strutture di ricovero per ripararsi da condizioni climatiche avverse, sia idonei arricchimenti ambientali atti ad evitare comportamenti stereotipati. Le relative strutture di mantenimento dovranno essere attrezzate con strumenti atti a regolare la temperatura degli ambienti in funzione delle singole esigenze degli esemplari ospitati”.  



Cosa possiamo fare? 
Aderiamo alle campagne della LAV e stiamo attenti a ciò che accade sul nostro territorio: organizziamo sit in, flashmob e quantaltro in caso di circhi itineranti o spettacoli similari che prevedano l'uso di animali, e promuoviamo la firma delle petizioni della LAV per cambiare la normativa vigente:
- a livello locale cliccando QUI
- a livello nazionale cliccando QUI



Un circo umano è possibile, è necessario.



giovedì 8 novembre 2012

BASTA SPRECO ALIMENTARE: MAI SENTITO PARLARE DI LAST MINUTE MARKET?


Cos'è Last Minute Market? 
Last Minute Market è una società spin-off dell'Università di Bologna che nasce nel 1998 come attività di ricerca. Dal 2003 diventa realtà imprenditoriale ed opera su tutto il territorio nazionale sviluppando progetti territoriali volti al recupero dei beni invenduti (o non commercializzabili) a favore di enti caritativi. LMM si avvale di un team operativo giovane e dinamico affiancato da docenti e ricercatori dell'Università di Bologna. Con oltre 40 progetti attivati in comuni, provincie e regioni Italiane, LMM ha consolidato un metodo di lavoro efficace ed efficiente che permette di attivare in maniera progressiva il sistema donazioni/ritiri tenendo sotto controllo gli aspetti nutrizionali, igienico-sanitari, logistici e fiscali.
Nella fase di sviluppo dei progetti, oltre al coinvolgimento dei soggetti donatori e beneficiari, lavora a stretto contatto con gli assessorati alle attività produttive, alle politiche sociali e culturali degli enti locali, con prefetture e ASL in modo tale da garantire la perfetta conformità con le normative vigenti, la trasparenza delle procedure, il monitoraggio e la quantificazione dei risultati ottenuti.
Progetti con alto contenuto innovativo, studiati su misura degli interlocutori, si realizzano così grazie allo stretto contatto tra il mondo universitario della Facoltà d’Agraria dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e attori imprenditoriali e istituzionali.



Cosa fa il Last Minute Market?
LMM contribuisce alla riduzione dello spreco in tutte le sue forme, previene e riduce i rifiuti attraverso la valorizzazione dei beni invenduti con effetti positivi dal punto di vista ambientale, sociale, economico e nutrizionale.
Nato come progetto di ricerca, Last Minute Market si è sempre occupato di analizzare tutti i passaggi delle filiere agroalimentari e individuare dove e perché si originano gli sprechi.
Dopo alcuni anni di studi e ricerche universitarie, LMM ha messo a punto nel 2000 il primo sistema professionale in Italia di riutilizzo di beni invenduti dalla Grande Distribuzione Organizzata.
I modelli logistico-organizzativi adottati, permettono di recuperare in totale sicurezza tutte le tipologie di prodotto, inclusi i prodotti che rientrano nelle categorie dei “freschi” e “freschissimi”. LMM infatti NON gestisce direttamente i prodotti invenduti, non ha magazzini né mezzi propri per il ritiro. LMM permette l’incontro diretto tra “domanda” e “offerta” e si occupa della scrupolosa messa in sicurezza di tutte le fasi del sistema.
Nel corso degli anni il modello è stato esteso ad altre tipologie di beni e di attività commerciali e produttive, intervenendo ovunque si “producano” sprechi.

Oggi, le attività di LMM si articolano intorno alle seguenti tipologie di prodotto:
LMM-FOOD:prodotti alimentari, eccedenze di attività commerciali e produttive;
LMM-HARVEST: prodotti ortofrutticoli non raccolti e rimasti in campo;
LMM-CATERING: pasti pronti recuperati dalla ristorazione collettiva (es. scuole, aziende); 
LMM-PHARMACY: farmaci da banco e parafarmaci prossimi alla scadenza;
LMM-BOOK: libri o beni editoriali destinati al macero;
LMM-NO FOOD: tutti i beni non alimentari.





Iniziative collaterali
LMM ha realizzato inoltre altre iniziative collaterali finalizzate alla riduzione degli sprechi. Si ricordano tra queste:
Spreco Zero ovvero la Legge Antisprechi: LMM ha contribuito in maniera determinante alla promozione della legge 24.12.2007 n° 244 comunemente definita “Legge Antisprechi” che ha permesso di incentivare la donazione di beni non alimentari.



Carocibo: LMM, in collaborazione con la società di studi economici e comunicazione Econometrica, ha sviluppato un indicatore, denominato “Carocibo”, in grado di monitorare il costo della spesa alimentare degli italiani.

Ancora utili: Ad aprile 2010 Last Minute Market ha messo in campo a Ferrara un nuovo servizio: “Ancora Utili“. Il servizio consente di raccogliere e riutilizzare i medicinali non scaduti provenienti dalle donazioni di privati cittadini, di ambulatori e strutture ospedaliere a favore degli Enti no profit.



Sottoscrivi anche tu la dichiarazione contro lo SPRECO ALIMENTARE: clicca QUI


sabato 3 novembre 2012

UN'ESPERIENZA PER FAR TORNARE IL SORRISO AI BAMBINI TERREMOTATI


Ascolta l'intervista a Irene Berrone cliccando QUI


Ricordate il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna a partire da maggio e per tutta l’estate? Per le popolazioni della zona sono state adibite delle tendopoli temporanee in cui vivere per qualche mese, in attesa di ristrutturare le abitazioni danneggiate dal sisma o di costruire dei prefabbricati più adeguati per l’inverno. Molti enti si sono attivati per dare una mano a riportare il più in fretta possibile la normalità in Emilia Romagna, ognuno nel proprio settore di competenza. Irene Berrone, 27 anni di Ciriè, è stata coinvolta da uno di questi, e ci racconta la sua esperienza nella tendopoli di San Possidonio.


Come sei arrivata in Emilia Romagna?

Mi trovavo in vacanza, ad agosto, e sono stata contattata da una persona che lavora nella comunicazione per Save the Children: l’ente cercava personale specializzato, possibilmente del luogo, per gestire un progetto con i bambini terremotati all’interno del Progetto Emergenza Emilia Romagna, ma faticava a trovare persone, per cui ha esteso la ricerca ad altre regioni. Mi è stato chiesto se fossi stata disponibile a partire anche nel giro di pochissimo, perciò… sono tornata di fretta a Ciriè e dopo due giorni, il 18 agosto, sono partita per l’Emilia Romagna.

Di cosa ti sei dovuta occupare? 

Io e il mio team, composto da una quindicina di operatori (dei quali solo 4 o 5 del luogo), lavoravamo in 4 tendopoli gestite da Protezione Civile, Croce Rossa e Carabinieri: a Finale Emilia, San Possidonio, Novi di Modena e Concordia sulla Secchia. Il nostro tendone si chiamava “Spazio a misura di bambino”, dove facevamo tutti i giorni attività con i bambini che vivevano nella tendopoli: da attività ludico – creative a gite (ad esempio in piscina o a Mirabilandia), il tutto con l’obiettivo di aiutarli a rielaborare il trauma e a tirare fuori le loro emozioni, in particolare la paura.

Abbiamo lavorato anche molto sulla risoluzione non violenta dei conflitti: vivere in una tendopoli per 4 mesi, dove si deve dividere una tenda con altre 2-3 famiglie, farsi la doccia in bagni chimici e dover far la coda per mangiare crea ovviamente molto stress. Erano molto frequenti i litigi tra gli adulti così come tra i bambini. Infine abbiamo lavorato anche molto sulla CRC  (Convention on the Rights of the Child, la Convenzione ONU dei diritti del fanciullo del 1989), realizzando su questo argomento diverse attività e giochi: dalla caccia al tesoro, al gioco dell'oca costruito dai bambini stessi. Nelle attività settimanali c'erano poi anche laboratori di cucina, drammatizzazione, lettura, gioco libero, manipolazione, e molti altri.

Lavoravamo tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 19, con una mezza giornata di libertà a settimana, finché i campi non sono stati chiusi (cosa che sta avvenendo in questi giorni). Dalla chiusura dei campi le famiglie che non avranno trovato ospitalità nella loro rete sociale verranno collocate in residence o prefabbricati della regione, in ordine di priorità: chi ha figli resterà vicino alle scuole (prefabbricate anche quelle, se sono crollate), altrimenti saranno costrette anche a spostarsi fino alla Riviera. Il nostro team (a parte gli operatori locali) dormiva in un residence antisismico, non nelle tendopoli, proprio per mantenere quella distanza che ci permetteva di occuparci con lucidità dei bambini. Certamente lavorare, mangiare e dormire tutti insieme ha richiesto la ricerca di un certo equilibrio nel gruppo…

Save The Children non lavora con volontari, ma assume sempre personale qualificato o comunque con esperienza. Tu di cosa ti occupavi prima di partire?

Finora mi sono soprattutto occupata di rifugiati politici e di donne vittima di tratta con la cooperativa Progetto Tenda di Torino. I miei colleghi invece arrivavano da esperienze specifiche in laboratori scolastici nelle elementari e superiori, e in particolare da un progetto di Save the Children sulla discriminazione. All’inizio quindi li ho affiancati, più che altro osservando. Solo dopo questa fase iniziale ho cominciato ad agire direttamente gestendo i laboratori, sempre in coppia con una mia collega.

Parlaci di questi bimbi: il terremoto che effetti ha avuto su di loro?

All’inizio per molti bambini c’è stata una forte regressione: bimbi di 5 anni sono tornati a mettere il pannolino; quelli stranieri hanno smesso di parlare italiano, e via dicendo. In generale tutti avevano un grosso problema ad accettare di avere determinati stati d’animo, soprattutto essere arrabbiati perché la propria casa non c’era più, perché tutti i propri giochi non c’erano più. In tutti, bambini e adulti, è rimasta una gran paura: soprattutto la paura di addormentarsi. Mentre ero là, una notte c’è stata una scossa con epicentro vicino alla superficie (a solo 1 km di profondità) proprio dove eravamo noi. Io dormivo, ricordo di aver fatto degli incubi ma sono stata l’unica a non averla avvertita (probabilmente noi che non siamo abituati non sappiamo riconoscere questi eventi…). Però in tutti s’è risvegliato il panico, anche nei miei colleghi che erano lì da maggio, molti sono andati a dormire in macchina. Il nostro capo progetto è partito subito da Roma ed in quattro ore era da noi insieme ad un team di psicologi.

Poi i bambini sono tornati a scuola come tutti?

Si, dapprima nei tendoni, gli stessi dove facevamo i laboratori, e ora sono nelle tensostrutture costruite appositamente. Fa effetto lavorare nei tendoni, perché ci sono 6 classi tutte insieme, divise sono da un sottile strato di legno, e il tendone è su un campo da calcio…

Cosa ti è rimasto più impresso di questa esperienza?

Sicuramente la voglia di ricominciare delle famiglie. Io poi ho lavorato in un campo particolare, perché molti nuclei erano seguiti dai servizi sociali già prima del terremoto, e quindi c’era da tenere conto, oltre che delle conseguenze del terremoto sui bambini, anche delle eventuali violenze subite all’interno della famiglia. Save The Children è sempre molto attenta, riguardo agli abusi.
Il problema nel problema…che cocktail micidiale.
Si, infatti le prime settimane sono stata talmente inglobata nella realtà dei tendoni, nelle storie di questi bambini, che faticavo a tenere i contatti con familiari e amici qui a Ciriè.

Rifaresti quest’esperienza o è stata troppo faticosa?

La rifarei mille volte. A livello professionale ho imparato tantissimo: di certo a relazionarmi con bambini difficili. Quando ti trovi davanti a una bimba di 4 anni che ti insulta e urla dietro devi trovare il modo di reagire nella maniera giusta, soprattutto quando non hai esperienza in questo campo. Il primo periodo di affiancamento alla mia collega psicologa è quindi stato preziosissimo: per lavorare in situazioni così l’osservazione iniziale è fondamentale.

Qual è la soddisfazione maggiore che ti porti a casa?

Una riguarda un bambino di otto anni: un pomeriggio mi ha insultato, lanciato contro delle cose… io l’ho rincorso e poi sono riuscita a parlargli, spiegandoli che, per il rispetto di me, di lui, degli altri bambini e dello spazio dove eravamo, certe parole non andavano dette; questo bambino non mi guardava negli occhi mentre gli parlavo, ma dal giorno dopo è cambiato tutto: è cambiato il suo atteggiamento nei miei e degli altri bambini, ed è stata una soddisfazione vedere che anche lui stesso stava meglio. Ero così contenta! E’ stata una soddisfazione anche avercela fatta a terminare questo mese e mezzo; due settimane prima di partire ho temuto di non farcela: ho capito ormai che in situazioni così di emergenza nulla è certo, ma l’incertezza su una certa data piuttosto che un’altra circa la chiusura dei campi e quindi riguardo al nostro ritorno a casa mi ha messa a prova.

Adesso sei tornata a Ciriè e alla tua vita normale, che è fatta di… ?

Purtroppo pochino: sono tornata ad occuparmi dei GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) alla Società Operaia di Ciriè, e per il resto sto cercando lavoro. In realtà però in questi giorni sono ancora concentrata a riabituarmi a questa realtà, e a staccarmi mentalmente dall’Emilia Romagna. E’ vero che “tornare”, esattamente come “partire”, non è mai facile: l’ho provato anche in altri miei viaggi (due volte in Burkina Faso con l’associazione Legamondo di San Maurizio, 3 mesi in Francia come ragazza alla pari e 4 mesi di stage in Bolivia), ma stavolta è particolarmente difficile (anche perché laggiù,  quei ritmi così serrati, non avevo tempo per me, per staccare). Quando torni trovi tutto più o meno come prima, mentre dentro di te molte cose, se non tutte, sono cambiate: e stavolta lo sento in maniera molto forte.

E’ stata davvero una sfida. Chissà quale sarà la prossima…

Si, ma a me piacciono le sfide! Devo ammettere che non ho più tanta voglia di restare qui a Ciriè: quando fai questo tipo di esperienze ti rendi conto di quanto il mondo sia grande, e capisci che le persone che ti possono dare qualcosa e arricchirti sono davvero tante, e quindi torni già con la voglia di ributtarti in altro. Per tornare ancora più ricca.







Link utili: 





giovedì 25 ottobre 2012

ELOGIO DELLA CARROZZINA (di Franco Bomprezzi)



“Costretto su una sedia a rotelle”. Quante volte mi sono imbattuto in questa pessima frase fatta, utilizzata – mi si consenta – a ogni pie’ sospinto da colleghi giornalisti, di carta stampata o di televisione, per connotare la situazione disgraziata di una persona che non può più camminare, o in seguito a un incidente, o per malattia. C’è persino la variante involontariamente blasfema: “Inchiodato su una sedia a rotelle”. Credo che chi usa queste espressioni non si renda neppure conto del danno che produce, innanzitutto al mio sistema nervoso, ma più in generale a una corretta comunicazione sulla disabilità.

Io di me stesso scrivo sempre: “vivo e lavoro in sedia a rotelle”. Vivo e lavoro, ossia sono libero, “grazie” alla carrozzina. Senza di lei sarei immobile, perché – questo è vero – non riesco a camminare, neppure se mi prendono a calci. Sono così dalla nascita, e dunque probabilmente ci faccio meno caso di altri. La carrozzina è quasi congenita, mi si adatta, o meglio io ormai aderisco alla sua superficie, la calzo come un guanto, la conosco perfettamente, e, a dire il vero, la trascuro non poco, a causa della mia altrettanto congenita pigrizia.

Parlo oggi di carrozzina e di libertà, anche per uscire ulteriormente da quel terribile stereotipo che si lega alla diffusione per legge di un simbolo stilizzato, silhouette bianca in campo azzurro, oppure nera su sfondo arancione, che ormai è talmente connaturata all’idea di handicap da essere diventata la parte per il tutto, fino a connotare non solo la disabilità motoria, dalla quale il simbolo trae origine, ma addirittura l’intero campo dei deficit, compresi quelli sensoriali e intellettivi, il che, sinceramente, è quanto meno singolare e, onestamente, irriguardoso.

Il mio elogio della carrozzina, sincero e convinto, è anche un modo per invitare tutti a ripensare a questo mezzo di locomozione che sta conoscendo una rapida e doverosa evoluzione nei materiali, nei colori, nella gamma, nelle personalizzazioni. Ci sono tantissime persone convinte che esista la cosiddetta “carrozzina standard”. Quella che dovrebbe passare da porte strette, entrare in ascensori angusti, salire a bordo degli autobus e delle autovetture, affrontare brillantemente i ripidi scivoli dei marciapiedi o le soglie alte dei negozi.

Mi spiace deluderli: la carrozzina “standard” non esiste. Non è mai esistita, per la verità. Ma se volete avere un’idea di che cosa oggi possa essere o diventare una sedia a rotelle fatevi un giro in questi giorni a Reatechitalia, la manifestazione che fino a domenica si svolge nei padiglioni della nuova Fiera di Milano, a Rho. Un’occasione eccellente per verificare le novità, le opportunità, le tipologie: dalla handbyke da corsa, che è più veloce di una bicicletta, alla carrozzina elettronica da strada, dalla sedia a rotelle in titanio al verticalizzatore che consente la posizione eretta anche per chi non cammina. Senza contare le normali, classiche, carrozzine manuali, che possono essere a crociera, pieghevoli, oppure a telaio rigido. Insomma, la carrozzina questa sconosciuta. Per non parlare di tutta la gamma degli ausili, anche tecnologici e domotici, che stanno rendendo migliore la qualità della vita delle persone con disabilità.

E pensare che quando si scrive “costretto su una sedia a rotelle” si uccide il desiderio di migliaia di persone anziane di mantenere una relativa autonomia di movimento anche quando le gambe cominciano a cedere per l’età e per gli acciacchi. Provate a chiedere ai vostri nonni se non si sentirebbero menomati, qualora gli venisse proposto di usare una carrozzina, almeno per gli spostamenti fuori casa. La risposta è persino scontata. La carrozzina è una roba per malati, per paralitici. Guai persino a pensarci. E invece nel nostro futuro dovremmo poter immaginare anche una diffusione normale, serena e positiva, di un mezzo che è sinonimo di libertà e di sicurezza.

Io, in carrozzina, ho girato il mondo. Ogni giorno vivo  e lavoro in carrozzina. Le voglio bene. Specie se non si rompe. Pensateci.


(Fonte: http://invisibili.corriere.it/2012/05/24/elogio-della-carrozzina/)

giovedì 18 ottobre 2012

SI, VIAGGIARE!




Diario di bordo dal Venezuela, Sud America








Molti conoscono il servizio civile in Italia, ma quanti sanno che c’è anche la possibilità di varcare il confine per undici mesi all’estero, in Europa o addirittura nel resto del mondo? Ci racconta tramite videochiamata la sua esperienza in Sud America Federica Sanna, ciriacese di 26 anni, che fino alla fine di gennaio sarà a Mérida, in Venezuela (ma che sta già congetturando di ripartire appena potrà!). 
 Come sei arrivata in Sud America?

In realtà è stato un caso: tutto è partito dall’idea di accettare di candidarmi a fine 2010 allo SVE (Servizio Volontario Europeo), che permette di candidarti a più progetti (e quindi hai più possibilità di essere presa). Il progetto in Uruguay l’ho scelto perché era a sfondo educativo, ed essendo educatrice avevo più chance di essere presa, ma in realtà io non sapevo neanche dove fosse l’Uruguay! Là ho lavorato in una scuola materna come appoggio alle maestre (che sono davvero poche); la maggior parte dei bimbi venivano da famiglie a rischio sociale; molti venivano da casa hogar (comunità alloggio per mamme e i loro bambini, un po’ come quelle italiane, anche se in Italia funzionano meglio …). Dopo otto mesi ho deciso di vedere altri settori, per cui una volta a settimana andavo in un centro diurno per senza tetto: insieme a una tirocinante universitaria della Svizzera italiana abbiamo organizzato un corso di ginnastica, li aiutavamo nell’ora di pranzo e in generale tenevamo loro compagnia la mattina. Inoltre ho dato lezioni di italiano per adulti e di inglese – giocando!- a bimbi di 4/5 anni (ancora più difficile perché non sanno leggere né scrivere!).
Grazie a quell’esperienza mi sono innamorata del Sud America, e appena tornata in Italia ho subito cercato un altro modo per ripartire; dopo aver valutato diverse proposte ho deciso di provare col Servizio Civile Nazionale, giocandomi tutto su un progetto solo: il Venezuela. Ero da poco tornata dall’Uruguay quando il CISV, l’ente col quale ho partecipato al Servizio Civile, mi ha comunicato che mi avevano presa: partenza a marzo 2011! Prima di partire abbiamo fatto tre settimane di formazione, suddivise in un primo momento insieme a tutti gli altri candidati delle altre agenzie del Piemonte (anche dette ONG), e in un secondo momento solo per i volontari del CISV.


E così sono giunta a Mérida, nell’organizzazione chiamata “Fundación Don Bosco”, una ONG con cui il CISV fa rete localmente, che si occupa di infanzia e adolescenza. La Fundación gestisce tre progetti: una casa hogar (comunità per minori), dove lavoro la maggior parte del tempo; un centro de capacitación, un progetto per gli studenti che non riescono a prendere la maturità con la scuola normale, ai quali propongono un piano didattico diverso, basato sulla pratica, di modo che riescano lo stesso a terminare il ciclo scolastico; e infine corsi serali per adulti di parrucchiere, cuoco, cameriere …
Io appunto lavoro per la casa hogar, a settembre abbiamo iniziato le nuove attività dopo le vacanze scolastiche; abbiamo circa 30 bambini, che per la maggior parte arrivano da situazioni familiari critiche, o anche solo sovraffollate (alcune famiglie hanno dieci figli!), per cui la Fundación da loro una mano. I bambini vivono lì dal lunedì al venerdì, e il weekend quelli che possono tornano a casa, così come il mese di vacanze estive. Rispetto a questa organizzazione sono un po’ scettica, da noi le comunità non funzionano così …
In casa hogar  io faccio … qualsiasi cosa! Loro hanno la mania di adornare tutto con cartelloni, festoni, colori e via dicendo, rendendo tutto felice e allegro, per cui al mattino mi occupo di preparare questi cartelloni; al pomeriggio c’è un’ora e mezza di compiti insieme ai bambini: fino a prima delle vacanze io seguivo bimbi di prima e seconda elementare (Sono un disastro: molti non sanno leggere né scrivere!) ; il lunedì e il mercoledì la Fundación organizza laboratori di cucina, manualità e altri argomenti con degli insegnanti; al martedì pomeriggio invece mi occupo di gestire un laboratorio specifico basato su un argomento più o meno mensile decisi da noi operatori (ad esempio “gli astronauti”, “gli aquiloni” e così via).



Dove vi alloggiano? 

Il  progetto stesso prevedeva che per i primi tre mesi saremmo andati a vivere in famiglia, e dopo avremmo potuto scegliere se cambiare sistemazione; le famiglie le ha cercate il CISV. Io vivo con una signora insieme ad altre due ragazze in servizio civile (una colombiana e una venezuelana): quando sono arrivata all’aeroporto mi stavano già aspettando e mi hanno subito portata qui. Ma in altri progetti si può viene ospitati nelle case delle ONG stesse, se ne hanno.

Ti sei fatta degli amici? 

Mérida, dove vivo, è una città universitaria: giovani e cose da fare ce n’è abbastanza! Se esci e sei straniera poi ti “beccano” subito e vengono a parlarti… in Uruguay è stato molto più difficile invece, per la diversità di carattere della popolazione rispetto a quella venezuelana.

La tua vita oltre al lavoro com’è? Cosa fai di solito?

C’è il cinema universitario , al lunedì alle 19 in un teatro: costa 2 bolivares (che equivalgono a 10 cent di euro, più o meno), davvero un prezzo simbolico; quello ormai è una tappa obbligatoria del lunedì! Ci sono poi dei bar che sono diventati i miei soliti: vado sempre lì, tanto qualcuno che conosco lo incontro... Il sabato e la domenica, invece, se non piove (e qui capita spesso) cerchiamo di organizzare sempre qualcosa: grigliate, gite al fiume … Alla fine siamo in mezzo alle montagne, qui la natura è spettacolare!


Quando sei arrivata e quando andrai via? E dopo che farai?

Sono arrivata il 6 marzo 2012 e ripartirò il 27 gennaio 2013. “E dopo?” è la domanda che mi sto ponendo di più in questi giorni… ho la paranoia del ritorno! Dove lavoravo prima in Italia, in una comunità per minori, mi hanno sempre detto che mi avrebbero ripreso, ma con questa crisi in atto non ne sono così sicura. La mia idea sarebbe di cercare di nuovo di ripartire tramite qualche progetto: ci ho preso gusto! Giri, conosci, impari… Sono combattuta: da una parte ho voglia di fare ancora questo tipo di esperienza; ma dall’altra in Italia c’è la famiglia, ci sono gli amici (anche se restano comunque), e ogni tanto mi chiedo: “per quanto vorrai continuare a fare la nomade?!?”. D’altronde con il servizio civile è tutto in dubbio per il 2013: già quest’anno abbiamo rischiato di non partire, o comunque di partire in ritardo. Il prossimo anno di certo approveranno meno progetti (ad esempio nel 2011 erano arrivati in quattro, qui in Venezuela, ora siamo in due: la prossima volta??). Uno dei problemi della crisi economica riguarda i tagli che colpiscono l’ambito sociale e il servizio civile… Per fortuna comunque quest’ultimo non è realizzabile solo all’estero, ma si può fare anche in Italia: rimane pur sempre un’esperienza valida, anche se nei confini nazionali.
C’è chi di viaggiare ne ha fatto un lavoro, ad esempio chi lavora nelle ONG internazionali: non ti andrebbe?
E’ difficilissimo entrare in una di quelle realtà… non so, forse resterò in Italia e tornerò nel settore dell’educazione, ma non sono ancora decisa al cento per cento. Finora ho sempre lavorato con bambini (cosa che mai avrei pensato di fare mentre ancora studiavo!)… cambiare ambito non mi dispiacerebbe.

Cosa diresti ai ragazzi della tua età che sono rimasti in Italia? 

Viaggiare con questi progetti è una scelta. Se però un po’ ci state pensando, ma avete ancora qualche dubbio o paura so cosa dirvi: FATELO!! La mia esperienza, finora, di un anno e mezzo fuori Italia è positiva al cento per cento: di certo si cresce tanto. I miei amici veri , tornata dall’Uruguay, mi hanno detto che sono cambiata molto, anche se io non me ne ero accorta. Chi invece rimane… va benissimo, è una scelta anche quella: non è che dobbiamo partire tutti!






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